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Parlare due lingue per avere un cervello più resistente.

Nel mondo occidentale e nei paesi emergenti come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) stiamo assistendo ad una rivoluzione demografica. Stime del 2012, riportate dalla United Nations Fund for Population Activities, indicano che se nel 2000 le persone con più di 60 anni erano circa 600 milioni, nel 2025 ce ne saranno un  1.2 miliardi e per il 2050 se ne stimano addirittura 2 miliardi.

Di conseguenza ci si aspetta un aumento delle patologie neurodegenerative.
Recentissimi dati emersi dalla giornata mondiale sull’Alzheimer Disease di sabato 21 settembre indicano che nel mondo oggi 38 milioni di persone sono affette da demenza e stime del 2012 della World Health Organization indicano come questo dato sia destinato a raddoppiare ogni 20 anni.

Bilingual brain: a brain in the world!
La ricerca neuroscientifica sta pertanto cercando di individuare quei fattori capaci di plasticità neurale, nel senso di cambiamenti strutturali al cervello e, tra questi, indagare quelli capaci di aumentarne la riserva cognitiva, costituita da tutti quei fattori ambientali ed educativi che riescono a rafforzare il cervello in  modo tale da renderlo più resistente al declino cognitivo.

E’ stato dimostrato che  alcune abilità influenzano la plasticità neurale, tra le più note abbiamo le abilità matematiche, le abilità musicali e a quelle di navigazione. Ad esempio, il famoso studio di neuroimaging di Maguire e collaboratori del 2000  ha evidenziato che i taxisti londinesi possiedano maggior materia grigia nell’ippocampo, una zona del cervello che svolge un ruolo importante nella memoria a lungo termine e nella navigazione spaziale.

Un fattore sul quale mi focalizzo in questo articolo e che sembra capace sia di plasticità cerebrale che di creare una maggior riserva cognitiva, come evidenziato dalla letteratura, è il bilinguismo.
Ad esempio, gli studi di Mechelli dl 2004 e Abutalebi del 2012  individuano, rispettivamente, come adulti bilingui possiedano maggior materia grigia nella corteccia parietale inferiore sinistra e nei lobi frontali, se comparati ai loro pari monolingui.
Infine, uno studio che sottolinea l’importanza del ruolo neuroprotettivo del bilinguismo è quello di Luk e collaboratori, del 2011, che mostra come soggetti bilingui anziani, confrontati ai loro pari monolingui, mostrino una maggior conservazione di materia bianca nei lobi frontali.
Inoltre, tra i vantaggi documentati dalla letteratura oltre ai vantaggi neuroprotettivi ci sono anche quelli cognitivi. Sappiamo che i bilingui durante la produzione incorrono in conflitti tra le lingue perché devono continuamente monitorare e quindi controllare la lingua utile in un dato momento e inibire quella non necessaria.Per risolvere questi conflitti usano delle strutture cerebrali deputati al controllo cognitivo, che è la capacità di non esser distratti da stimoli irrilevanti o in conflitto. In questo modo nel tempo sviluppano più materia grigia, ad esempio nella corteccia cingolata anteriore, un’area del cervello situata nel lobo frontale che serve per esser più veloci e accurati nel risolvere i conflitti cognitivi, come ad esempio per prender le piccole decisioni della vita di tutti i giorni.

Recenti studi mostrano che il bilinguismo sia in grado di proteggere dal declino cognitivo anche in senso patologico. Ad esempio, lo studio di Craik e collaboratori del 2009 mostra come nei bilingui i sintomi cognitivi dell’Alzheimer emergano con un ritardo di circa 4 anni rispetto ai monolingui.

Queste sono solo alcune delle evidenze scientifiche che indicano come parlare due lingue, o meglio allenarsi con una seconda lingua anche se non si è nati in un contesto o in una famiglia bilingue, possa offrire molti vantaggi, non solo da un punto di vista culturale!
Imparate e praticate una seconda lingua. Tenete sempre allenato il vostro cervello…per godere dei benefici oggi, ma anche domani!!!

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